Uroboro: arte e sostenibilità in eterno movimento

Uroboro: arte e sostenibilità in eterno movimento
Pubblicato il 14-06-2022

Un progetto che rappresenta l’esempio concreto di un ritorno al design preindustriale con uno sguardo all’artigianato e alla sostenibilità. Si tratta di Uroboro, commissionato da Electrolux e realizzato grazie alla collaborazione di Simon Ostan Simone, art director dell’agenzia creativa Nuovi Spazi, dell’architetto Mauro Peloso, di Loris Mussin della Carpenteria Mussin di Concordia Sagittaria e Boris Brollo critico d’arte internazionale.

Rappresenta un’installazione artistica che fa riflettere sulla ciclicità delle cose, sulla trasformazione e sulla rigenerazione. L’Uroboro è un simbolo antico, presente in molti popoli e in diverse epoche, che raffigura un drago, un serpente che si morde la coda dando vita ad un cerchio senza inizio né fine. Il tema della circolarità è presente nell’Umanità sin dai suoi albori: l’uomo ha pensato che il susseguirsi delle stagioni fosse l’esempio su cui costruire il ciclo della propria vita e quindi della nascita dei suoi miti. Tra questi spicca quello dell’Uroboro presente in tutte le latitudini e conosciuto tra i popoli nel corso di differenti epoche.

Apparentemente immobile, in realtà è in eterno movimento ed è simbolo dell’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo.

L’idea artistica non è sempre legata alla razionalità, ma nasce da meccanismi che vanno al di là della nostra comprensione, questo è quello che è successo con il progetto Uroboro. Una visione, un'ispirazione generata dall’immagine di un serpente che si avvinghia e riporta alla mente il cerchio. Poi parlando con Boris Brollo si è fatta strada l’idea dell’Uroboro...” racconta Simon Ostan Simone.

Lo sviluppo è proseguito in Inghilterra, a Brighton, all’interno di una Chiesa sconsacrata diventata galleria e chiamata Fabrica.

L’idea di utilizzare dei materiali di recupero all’interno di un Azienda così strutturata e attenta come Electrolux è stato complicato, tutto infatti è controllato e già utilizzato, ma ci si è imbattuti in uno scarto eliminato da una macchina stampatrice: lo sfrido dell’oblò della lavatrice. Da questo il progetto ha preso forma. Uroboro, come già detto rappresenta la ciclicità delle cose e quando si parla di economia circolare / eco friendly un simbolo come il cerchio o sfrido è perfetto.

Quando abbiamo assistito al processo di scarto, lo sfrido ci è sembrato la sintesi perfetta dell’Uroboro e quindi del serpente che si mangia la coda; questo cerchio che si riavvolge e gira sempre su sé stesso rappresentava il riassunto perfetto del nostro pensiero.” afferma Mauro Peloso.

Uroboro è una struttura di sette metri e cinquanta di diametro e quattro metri e trenta circa di altezza, costituita da tre anelli: uno a terra, uno nella sommità e uno centrale. 24 puntoni sorreggono la struttura sulla quale è stata posizionata una maglia costituita da 960 elementi base ovvero cerchi, derivati dagli scarti dalla lavorazione all’interno dello stabilimento Electrolux di Porcia.

Dove un messaggio tradizionale permetterebbe di comunicare i valori dell’economia circolare in modo semplice, l’installazione artistica consente allo spettatore di cogliere questo messaggio in modo profondo, efficace e spettacolare. L’installazione rappresenta un ponte, un’idea da condividere con il Mondo, basti pensare all’arte di Alberto Garrutti, esponente di rilievo dell’Arte Pubblica in Italia, dove il dialogo con la città e i suoi abitanti e il radicamento nel territorio sono fondamentali e il paesaggio è sempre il protagonista grazie alla vita che l’artista riesce a costruire al suo interno.

Anche in “Uroboro” l’opera dialoga con la città (Milano in questo caso) e offre la possibilità di espletare un concetto, in questo caso la circolarità e l’attenzione verso l’ambiente, senza dimenticare che diviene anche simbolo di una contaminazione perfettamente riuscita di design e artigianato.

Il risultato è un’installazione artistica che può essere completamente smontata e rimontata e che sarà in grado di vivere altre vite altrove per raccontarci chissà quali altre storie…

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